
La Basilica di Sant’Elia è una parte, forse la più bella architettonicamente e artisticamente, di un complesso suggestivo a due passi da Nepi, sviluppatosi nell’attuale Santuario della Madonna ad Rupes (ne parlo domani). La Basilica vive di vita propria per la bellezza dei suoi affreschi, per l’impianto romanico purissimo, per gli echi bizantini delle sue immagini e certamente per i costanti riferimenti mariani che ne fanno tutt’uno con il Santuario della Madonna adiacente.
Prima dell’attuale Basilica (eretta tra l’VIII e il IX secolo da una comunità benedettina) il luogo era stato scelto da alcuni anacoreti che vennero raccolti in cinque colonie cenobitiche da San Benedetto, nel 520, nella valle Suppentonia.


Nella cripta, spoglia di affreschi (se non nei resti della volta a botte dopo la ripida scala) e assai grezza nell’aspetto, sono ospitate le tombe dei due primi abati del monastero benedettino, Sant’Anastasio (notaio convertito alla vita monacale, citato da San Gregorio Magno, nell’opera “I Dialoghi” dove raccoglie le prime notizie biografiche anche di San Benedetto) e San Nonnoso (anche lui citato da San Gregorio e indicato inizialmente come monaco eremita sul Monte Soratte) entrambi viventi nel VI secolo, quindi più o meno contemporanei del fondatore del monachesimo occidentale.

L’interno della Basilica è illuminato dal pavimento cosmatesco e da alcuni cifri di affreschi di datazione diversa: quelli del transetto sono più antichi (secolo XI, firmati dagli autori, due fratelli Giovanni e Stefano, pittori di scuola romana e di ispirazione ancora bizantineggiante) dedicati alle visioni dell’Apocalisse. Del secolo XIII gli affreschi dell’abside con il grande Cristo in mezzo ai santi (due sono Pietro e Paolo degli altri due uno dovrebbe essere Elia/Eliseo).


Probabilmente manca una figura mariana, forse la figura mancante come meta dei cortei affrescati sulle pareti: un masso colpì la Basilica nel 1607 danneggiando severamente l’impianto originale.
Ma il culto mariano (che fonda la devozione della vicina grotta della Madonna ad Rupes, di cui parlerò a parte) si rinnova nel tempo, come testimonia il bellissimo affresco datato 1488 di una Madonna delle Grazie (foto).
Il monastero, dopo un periodo di splendore (come testimoniato dai cicli di affreschi che si susseguono rinnovati per almeno quattro secoli) decadde progressivamente, e venne abbandonato anche come chiesa parrocchiale, fino al recupero di tutto il complesso intorno alla fine del Novecento. Una curiosità, riscoperta di recente: la collocazione della Basilica è tale da essere invasa dalla luce del sole – Sol Invictus – dal retro dell’abside, nel giorno del solstizio d’inverno.

