A Trevi nel Lazio il protagonista apparente è il Castello Caetani, che domina il paesaggio e il panorama, ma l’anima del borgo è ancora san Pietro Eremita. E’ il santo patrono che qualifica la comunità e la inorgoglisce. Nel piccolo oratorio eretto sul luogo dell’eremitaggio di San Pietro, una signora – che non appariva una docente di storia dell’arte o una intellettuale – vedendomi curiosare e fotografare, con garbo e onore mi dice, con il Voi che si usa ancora da queste parti: “Guardate le statue, sono la cosa più bella, forse. Dicono che siano del Bernini”.

          

Effettivamente l’Angelo e il San Pietro morente sono almeno di scuola del Bernini. Ricordano un po’ l’estasi di santa Teresa, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. Sotto l’altare, attraverso una scaletta, si scende al cosiddetto “tugurio” dell’Eremita, oggi interamente occupato da una statua di gesso brunito che si può venerare anche dal viottolo, dall’esterno, in perenne adorazione del paese e dei suoi cittadini, anche quando la chiesetta fosse chiusa.

I santi sono “marcatori del tempo” e contribuiscono a sacralizzarlo. Come ricorda il grande medievista Jacques Le Goff – a proposito della memorabile “Legenda aurea” di Jacopo da Varazze – è Gesù il sacralizzatore del tempo umano, e i santi lo scandiscono, lo sminuzzano, portandolo alle soglie dell’Eternità, a cui ci abituiamo un po’ per volta (come ricordava Chesterton).
Per Trevi san Pietro è da mille anni il “suo” conduttore verso l’Eternità. Del giovane – morto a 24 anni, qui a Trevi (si dice il 30 agosto del 1052) – non si sa molto. Abruzzese di nascita (a Rocca di Botte, vicino a Carsoli) per sottrarsi a un matrimonio combinato, per il quale lui non nutriva alcun interesse, lasciò la casa paterna e iniziò il suo percorso verso l’Eternità. Prima a Tivoli, dove per due anni seguì la scuola di Cleto, diacono della chiesa tiburtina.

        

Quando il maestro vide che il discepolo aveva raggiunto un’adeguata preparazione, lo presentò al vescovo di Tivoli Giovanni, che gli dette la tonsura, gli consegnò una croce di ferro (ancora conservata tra le reliquie della Collegiata dell’Assunta a Trevi, nella foto la cripta con le ossa e un’una con il saio) e lo inviò a predicare la religione cristiana nei vari paesi della diocesi. Così fece.
Ritornò a Rocca di Botte e per due anni operò nella sua patria e nei paesi vicini: Carsoli, Pereto, Riofreddo, Oricola, Camerata, Arsoli, Vallinfreda, Tufo, Cervara, Poggio Cinolfo. Dopo una visione di Gesù e Maria, che lo sollecitavano a portare altrove la sua parola, spostò il suo apostolato a Subiaco. E di qui giunse a Trevi (il “Cammino di Pietro l’Eremita” si può ancora percorrere nella valle dell’Aniene, 18 chilometri che ripercorrono la sua strada).
A Trevi visse una ventina di giorni, nel “tugurio” che abbiamo visto, abbastanza per farlo sentire il “santo” del paese. Il Castello Caetani non c’era ancora, era svanita da tempo la memoria gloriosa della Treba Augusta (la piazzaforte dei Romani, che dopo aver sconfitto gli Equi, posero in questo paese di confine molta attenzione, anche per la ricchezza delle acque, qui partiva l’acquedotto dell’Acqua Marcia).

Dei miracoli da lui compiuti a Trevi, il primo avvenne il giorno della canonizzazione, quando una colomba si posò sul suo sepolcro e poi volò via da una finestra. Da questo deriverebbe la colomba (che sostituì l’aquila) presente sui cinque monticelli dello stemma di Trevi, che ha pure la scritta: Hoc tuta Patrono (difesa da questo protettore).

Il miracolo più celebre riguarda la liberazione del paese dai lupi, in cambio della fedeltà del popolo a santificare la festa, secondo il sogno di un contadino che vide San Pietro tenere con la mano sinistra un branco di lupi incatenati; da ciò l’uso di rappresentare il santo con i lupi a catena. In una biografia secentesca si legge: “A un contadin trebense egli comparve, cinto di sacra e inestinguibil luce:/ con un’ampolla nella destra apparve, con la sinistra i Lupi Egli conduce/ Incatenati, con legami e parve che così gli parlasse il santo Duce:/‘Ascolta, e tutto quel che ascolterai agli afflitti treban racconterai./Se vuole il popolo esser liberato da Lupi, guardi tutti i dì festivi”.