Il nome del santuario è in questa statua, un Crocifisso ligneo il cui volto non sarebbe stato scolpito da mano d’uomo. Così sosteneva l’autore, fra Vincenzo Pietrosanti (1624-1694), monaco francescano (non sacerdote) che fece della scultura la sua espressione religiosa e spirituale. Si racconta che prima di scolpire si sottoponesse a dure prove di sofferenza fisica, per compenetrarsi nell’opera. Queste opere venivano realizzate da fra’ Vincenzo soltanto di venerdì, stando in ginocchio, dopo un digiuno a pane e acqua, incessanti preghiere e dopo essersi flagellato. Un tratto essenziale della sua spiritualità è la contemplazione della Passione, che traspare con chiarezza dalla drammaticità intensa e commovente dei suoi crocifissi.

Di lui restano altri sei crocifissi in legno, oltre a quello (si dice il quarto in ordine di realizzazione) che venne consegnato ai suoi compaesani di Bassiano, dove nacque: a Caprarola, Nemi, Ferentino, Farnese, Bellegra e a Roma in santa Maria Aracoeli, dove visse a lungo, dove è morto e sepolto.
Tutti così, intensi, sconvolgenti, emaciati, a misura d’uomo, grondanti di sangue, scolpiti in uno stato di estasi mistica che non dimenticava la perfezione tecnica.

          

La Cappella del Crocifisso è in realtà la costruzione più tarda dell’eremo che riserva molte altre sorprese. Ci si arriva lasciando Bassiano per una strada stretta e quando si arriva al Santuario non si ha sempre la fortuna di trovarlo aperto. Un custode viene quando può, il parroco di Bassiano vi celebra la santa Messa quando riesce.

          

Dal cortiletto di ingresso si entra in una chiesetta, la Cappella delle Palme, per il nome attribuito a una pala d’altare del XVI secolo, in uno stato di semi-restauro, dopo essere stata recuperata da un furto avvenuto negli anni Sessanta dello scorso secolo, quando l’ambiente rimase incustodito per la morte dell’ultimo eremita. Dopo un angusto corridoio si arriva al suggestivo antico romitorio, ricavato in una grotta naturale di forma quasi rettangolare, con le pareti tutte affrescate.

          

Nonostante il grave deterioramento dovuto all’elevata umidità e allo stillicidio dell’acqua, si possono ancora distinguere tredici pannelli (databili tra il XIV e il XV secolo, ma tutte di sapore Trecentesco) e una nicchia. Bellissima l’annunciazione. E la Maddalena con l’orante ai suoi piedi.

E qui si apre il capitolo dell’origine del luogo: francescani ereticali o templari? Nella grotta naturale, in località Selvascura, in una valletta dei monti Lepini, si racconta che si rifugiarono alcuni Fraticelli spirituali francescani, che facevano vita eremitica e che furono avversati dalla Chiesa e infine condannati come eretici. Durante il periodo di permanenza forzata in quel luogo, essi affrescarono le pareti della grotta, ed edificarono una casa fortezza, l’attuale Cappella delle Palme e il vicino romitorio.

Un’altra tradizione, però non documentabile, vuole che insieme ad essi si trovasse anche un gruppo di Cavalieri Templari, provenienti dalla vicina Abbazia di Valvisciolo, anch’essi in fuga dopo la soppressione dell’ordine ottenuta dal Re di Francia con l’appoggio di papa Clemente V. Alcuni attribuiscono a loro, e non ai francescani, la realizzazione degli affreschi rupestri per il carattere molto simbolico che hanno alcuni di questi affreschi.

          

Il romitorio venne in epoche successive ampliato con la cappella circolare dove venne ospitato il Crocifisso di fra’ Vincenzo divenendo noto come Santuario del Santissimo Crocifisso.
Con questa bellezza e questa storia passa persino in secondo piano il fatto che Bassiano ha dato i natali a quello che può essere indicato come l’inventore dell’editoria in senso moderno, non parlo di Gutenberg (che si limitò ai caratteri mobili), ma di quel genio di Aldo Manuzio (1450-1515), ideatore del carattere “corsivo”, umanista, filologo, editore.
La crapula di Teofilo suggerisce anche un pensiero al prosciutto di Bassiano, persino meglio di quello di Guarcino.