
C’è una monaca agostiniana all’origine della festa del Corpus Domini. Giuliana di Cornillon (1192-1258) è stata una mistica belga, che in alcune visioni sollecitò l’istituzione ecclesiastica a istituire una devozione particolare per il Santissimo Sacramento. Scrisse all’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaleon (il futuro papa Urbano IV) e infine convinse il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotto, a convocare un sinodo diocesano che dal 1246 ordinò di celebrare la festa del “Corpo e del Sangue” di Cristo.
A Roma la più antica chiesa dedicata al Santissimo Sacramento è quella alle spalle di Santa Maria in Via (oggi inaccessibile per i restauri), ma la più nota è forse il “chiesone” ottocentesco su via Nomentana (foto). Ma torniamo alla storia dell’istituzione della festa del Corpus Domini.
Il miracolo eucaristico di Bolsena – quando l’ostia all’atto della consacrazione cominciò a stillare sangue sul corporale dell’incredulo sacerdote boemo, Pietro da Praga – non era ancora avvenuto, accadrà nell’estate del 1263. Da due anni era diventato papa proprio quel Jacques Pantaleon, con il nome di Urbano IV. E a Orvieto, dove risiedeva la curia, il pontefice ricevette la visita del prete che esibì il corporale macchiato di sangue. Memore delle visioni della monaca belga, Urbano IV, dopo aver svolto alcuni accertamenti e raccolto testimonianze sulla veridicità del racconto di Bolsena, decise di estendere a tutta la cattolicità la festa del Corpus Domini, con la bolla “Transiturus de hoc mundo” (11 agosto 1264), fissandone la data al giovedì dopo Pentecoste: “Sul punto di passare da questo mondo al Padre, il Salvatore nostro, Gesù Cristo Signore, essendo imminente il tempo della Sua Passione, consumata la cena, in memoria della Sua morte, istituì l’eccelso e meraviglioso Sacramento del Suo Corpo e del Suo Sangue, lasciandoci in cibo il corpo e in bevanda il sangue (…) in questa sacramentale commemorazione di Cristo lo stesso Cristo è con noi, presente sotto altra forma, ma nella propria sostanza, veracemente ” si legge nel testo del documento papale.
La bolla aggiunge: “Si è dato a noi, dunque, il Salvatore in cibo, perché – essendo l’uomo precipitato nella morte per un cibo – fosse mediante un cibo rilevato a vita; cadde l’uomo per il cibo del legno portatore di morte, è rialzato l’uomo per il cibo del legno che dà vita; nel primo albero pendette l’esca di morte; nel secondo l’alimento di vita; l’aver mangiato di quello produsse ferita, il gusto di questo apportò salute; il gusto ferì e il gusto curò, e di là donde era venuta la ferita venne anche la medicina: e da dove uscì la morte, di là venne la vita. Di quel primo gusto si dice: in qualunque giorno avrai mangiato, morrai di morte (Gen. II, 17); del secondo si legge: se qualcuno avrà mangiato di questo pane vivrà in eterno (Gv. VI, 52)”.
Urbano IV nel testo della bolla introduce anche una sorta di “scusa” per non aver dato subito retta alle visioni della mistica: “Abbiamo saputo, poi, un tempo, quando eravamo insigniti di minore dignità, che era stato divinamente rivelato ad alcuni fedeli doversi una siffatta festa celebrare in tutta la Chiesa”.

E’ appena il caso di ricordare che quello di Bolsena non fu il primo miracolo eucaristico. In Italia ne sono venerati 22. Il primo in ordine di tempo fu quello di San Gregorio Magno a Roma (595). Poi si celebrano quelli di Lanciano (750), poi Ferrara, Rimini, Trani, Alatri (1228) – nella foto la chiesa di Alatri, dedicata a san Paolo dove c’è la cappella del corpo di Cristo – l’ultimo nel 1969, a San Mauro la Bruca (Salerno), quando ignoti ladri, penetrati di nascosto nella chiesa parrocchiale, si impossessarono di alcuni oggetti sacri, tra cui la pisside contenente delle Particole consacrate. Le Ostie furono ritrovate la mattina seguente e ancora oggi si mantengono intatte (come quelle di Siena, che da 223 anni sono intatte). Solo nel 1994, dopo 25 anni di approfondite analisi, Monsignor Biagio D’Agostino, Vescovo di Vallo della Lucania, ha riconosciuto la conservazione miracolosa delle Particole e ne ha autorizzato il culto. Dall’esperienza di analisi compiute da scienziati e chimici si sa che già dopo sei mesi la farina azzima si rovina gravemente e, nel giro massimo di un paio d’anni, si riduce a poltiglia e poi a polvere.
Jacalyn Duffin (nata nel 1950), storica della medicina, presidente emerito dell’American Association for the History of Medicine e della Canadian Society for the History of Medicine e soprattutto atea, di fronte a una guarigione inspiegabile (che consentì la beatificazione di Santa Marie Marguerite d’Youville, 1701-1771) ebbe a dire: “Anche se sono ancora atea, credo ai miracoli. Eventi straordinari che accadono e per i quali non vi sono spiegazioni scientifiche”.

