Ci sono bellezze che il mare della storia ha lasciato spiaggiate in anfratti, in lagune, in pozze ormai estranee ai cammini della modernità e della contemporaneità. Il “cammino dei briganti” (si mitizzano i briganti e si trascurano le radici della storia artistica e spirituale, tant’è) in Abruzzo corre a fianco di una perla nascosta nelle sue valve, spesso chiuse, a chiave. Al Comune di Magliano de’ Marsi (la Marsica appena scollinata, oltre il Lazio, ai piedi del Monte Velino) ci danno il numero della signora Agata, pittrice per passione, slava di origine, sposata con un marsicano. Oggi ha le chiavi di questa conchiglia preziosa.

Santa Maria in Valle Porclaneta (anche il nome del luogo sembra uscire, quasi incomprensibile, dai normali cerchi della storia, l’etimologia possibile ha tante versioni, dall’abisso, in ebraico, alla divinità pagana celebrata prima in loco, fino alla portulacca, pianta semi-grassa che cresce abbondante nei dintorni) è certamente una chiesa romanica, benedettina, dell’XI secolo. Dedicata alla Vergine, ma senza un’immagine originale (ce ne sono diverse affrescate) e miracolosa.

           

Molti elementi – la croce greca sulla facciata, lo stile delle colonnine all’ingresso del presbiterio, l’iconostasi in legno che rappresenta il tempio di Salomone, secondo la Bibbia, nel primo libro dei Re, interamente in legno, comprese le due figure dei cherubini – fanno supporre che la costruzione della chiesa che vediamo oggi sia stata una sintesi di edifici preesistenti dell’VIII-IX secolo.

          

          

La chiesa è documentata tra il 1022 e il 1040, ed esibisce una anomalia profonda per il periodo, quando per gli artisti erano rarissime le firme: opera corale, a più mani, ma ci parla di tre autori che si sono firmati. Il progettista e guida dei costruttori, un monaco benedettino, Nicolo’ qui sepolto (foto del sarcofago) e magnificato con una iscrizione all’ingresso, e due scultori, Roberto e Nicodemo autori dell’ambone e del ciborio: due opere mozzafiato, di evidente influenza orientale (il gioco del traforo eseguito su una stuccatura composta da polveri di marmo) e meridionale (la scena poetica di Giona, sulla scala dell’ambone, rappresenta pesci “veri” di chi li aveva visti, certamente non qui sull’Appennino).

Le scene del pulpito (dalla Salomé che danza, alla storia di Giona) per ritmo narrativo e per equilibrio scultoreo possono ricordare la deposizione di Benedetto Antelami, a Parma, ma di un secolo successiva (anche quella eccezionalmente firmata!). Quel poco che si sa su Antelami lo porta alla scuola francese di Wiligelmo, ma viene il dubbio che possa aver visto le opere della chiesa marsicana.

         

Iconostasi in legno, ambone e ciborio giustificherebbero da soli la visita e la richiesta di apertura della chiesa. La cura e la competenza della manovalanza attiva in questo edificio giustifica l’idea che la chiesa avesse un piccolo ma autorevole monastero benedettino, probabilmente voluto da quell’abate illuminato Desiderio che fece di Montecassino il gioiello che tutti lasciava a bocca aperta (e di cui oggi possiamo solo immaginare qualcosa dopo le distruzioni avvenute nei secoli e culminate con il bombardamento anglo-americano).

         

Un piccolo gioiello – Santa Maria in Valle Porclaneta – sull’impronta di quel grande gioiello, Montecassino. Ma il luogo – fuori dai percorsi principali verso Roma, in un territorio impervio e freddo (all’epoca) – finì per imporre abbandono e scarsa documentazione. Poche anche le fotografie del secolo scorso, perché il terremoto del 1915 aggiunse distruzione all’abbandono.

           

Resta tutta la bellezza dei manufatti, con tanti misteri: le iscrizioni al contrario su un capitello accanto al ciborio, una strana figura femminile, su un altro capitello, con la scritta Petrus fecit (chi era quel Pietro? Un’altra firma?)

         

la traccia di una mano con un dito mozzato (destino di molti scalpellini), una scritta al contrario secondo la maniera araba.

          

          

E poi gli affreschi: dal XIII secolo (la crocifissione accanto all’altare con la gioiosa vittoria sulla morte), al XIV secolo (la Madonna del latte e un paio di immagini di Sant’Antonio), fino alla lunetta dell’ingresso (XV secolo) con una Madonna bellissima, con gli angeli di profilo che ricordano i grandi autori umbri e toscani.

          

Un repertorio di incanto cui fa da cornice anche la natura. A poche centinaia di metri dalla chiesa (poco oltre i resti di un pronao e di una fontana: uniche testimonianze di un monastero ormai scomparso) c’è un albero – una quercia, un rovere – censito tra gli alberi millenari d’Italia. Ha più o meno la stessa età della chiesa.