Tivoli è nota per altro, ma il Santuario della Vergine di Quintiliolo merita una sosta. Per più di un motivo. Innanzitutto, la millenaria devozione alla Madonna. La prima notizia documentata risale niente meno che all’anno 1005. Di un paio di secoli dopo è databile il dipinto su tavola che ancora oggi viene venerato ed esibito nell’annuale processione.

Questo dipinto, così narra una leggenda, sarebbe stato trovato da un contadino (Sant’Isidoro) mentre arava con i suoi buoi. Gli animali a un certo punto si sarebbero rifiutati di andare avanti inginocchiandosi, in quanto, dai solchi della terra appena arata, era miracolosamente emerso il ritratto. La leggenda ripropone il tema dei buoi “trovatori” di immagini sacre – come nel Santuario della Madonna del Campo di Cave, a non molti chilometri di Tivoli – o come superstiti di possibili incidenti (come nel racconto delle origini del Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra).
Nel corso dei secoli il santuario venne sottoposto a vari rifacimenti, fino a quello iniziato nel 1757 e terminato nove anni dopo. L’aspetto attuale è dovuto in gran parte a quell’opera di ricostruzione (una traccia romanica è ancora visibile all’esterno, dietro alla facciata neoclassica). L’intero complesso è stato però interamente ristrutturato in seguito all’incendio doloso del febbraio 1992, che ha danneggiato gran parte delle sue strutture.

          

Il nome della località, Quintiliolo, ci precipita nei ricordi della prima Roma imperiale, ricordi funesti, di quella che fu una delle più terribili sconfitte dell’esercito romano. La chiesa sorse utilizzando i resti della villa di Publio Quintilio Varo, protagonista, suo malgrado della disfatta della foresta di Teutoburgo, in Germania, quando tre legioni – la XVII, la XVIII e la XIX: da allora la numerazione delle legioni non conteggiò più questi tre numeri, in segno di lutto perenne – vennero annientate dalla rivolta-tradimento di Arminio. Quintilio Varo era stato inviato dall’amico Augusto imperatore a “governare” i nuovi territori tra il Reno e l’Elba. Ma non era il suo mestiere: era un amministratore, non un generale.
Varo si suicidò, al terzo giorno della battaglia (9 dopo Cristo). Alla notizia della disfatta – secondo Svetonio – Augusto si disperò al punto di sbattere la testa contro il muro ripetendo “Varo, rendimi le mie legioni”.

Un altro motivo, non l’ultimo, per una sosta al Santuario di Quintiliolo, sta nella memoria della tappa che ne fece Francois René Chateaubriand. Il letterato francese nella sua celeberrima opera “Il Genio del Cristianesimo, ovvero le bellezze della religione cristiana” (1802), inserì una preghiera – la “Preghiera del Pellegrino” – che scrisse proprio qui, a Tivoli, nella chiesa della Vergine di Quintiliolo, ispirato dalla compunta venerazione di un fedele, davanti all’immagine della tavola mariana. Il testo in italiano suona così: “O Dio del viandante, cui piacque d’essere adorato dal pellegrino in questo umile asilo, eretto sulle rovine del palazzo di un Grande della Terra. O Madre Addolorata, che fondasti il Tuo culto di misericordia nel podere di questo sciagurato romano, morto lungi dalla patria fra i barbari! Noi non siamo che due fedeli prosternati ai piedi del Vostro solitario altare.
Concedete a questo sconosciuto, che sembra così profondamente umiliarsi davanti alle Vostre grandezze, tutto ciò ch’ei Vi chiede e fate che i preghi suoi giovino a vicenda a sanare le mie infermità, sì che questi due cristiani senza conoscersi l’un l’altro, incontratisi qui per un solo istante della vita, e prossimi a separarsi per non rivedersi mai più sulla Terra, abbiano, quando si troveranno ai piedi del Vostro trono a meravigliarsi di doversi reciprocamente una parte del proprio bene, grazie ai miracoli della carità”.
Come scriveva Mario Richter, traduttore autorevole di Chateaubriand, con la sua opera si pongono “le basi di un nuovo umanesimo, insieme cattolico e popolare, sintesi di ragione e fede, di storia e poesia: un umanesimo sottratto alla presunzione di ogni forma di razionalismo illuministico-agnostico e umilmente aperto alla sapientia cordis, all’accoglienza di una “religione rivelata” capace di fondare la maestà della morte, “dura ma salutare”, e di rendere efficace la potenza creatrice della parola. In questa prospettiva si può capire la grande considerazione che di lui ebbero alcuni fra i più alti ingegni letterari dell’età moderna (Baudelaire e Proust). Nessun’ altra opera meglio della sua e soprattutto con maggiore efficacia poetica dà la prova, in un’età di transizione particolarmente complessa e drammatica, non molto dissimile dalla nostra attuale, di quanto articolate e profonde siano le radici cristiane della cultura europea”.