
Un romanico così non è facile da trovare nel Lazio. L’abbazia di San Giovanni in Argentella sorge poco distante dalla rocca di Palombara Sabina, dominata dal castello Savelli-Torlonia (uno dei più grandi castelli del Lazio), in campagna, in una vallata percorsa da un rio che nasce dalla fonte che in qualche modo dà il nome alla località: Argentella, dalla luce argentea dell’acqua che ancora sgorga nei pressi e che fino agli anni Settanta riempiva la cripta della chiesa, dove cittadini e pellegrini si immergevano attribuendole doti miracolose.
L’attuale chiesa viene costruita intorno al XII secolo, probabilmente sul luogo dove era stato edificato un oratorio per venerare san Giovanni Battista. Accanto alla chiesa sono visibili i resti dell’abbazia; l’ingresso è contrassegnato da una croce greca che alterna ai quattro bracci altrettanti dischi, il simbolo dei benedettini.

Ma presto a occuparsi dell’abbazia nel 1286 furono chiamati i monaci guglielmiti, per volere del cardinale Savelli, futuro papa Onorio IV. L’ordine fondato da Guglielmo di Malavalle (località presso Castiglione della Pescaia), cavaliere francese – forse Guglielmo d’Aquitania – convertito da san Bernardo (nella chiesa si può vedere un affresco in cui il fondatore di Chiaravalle ostende l’ostia consacrata davanti al cavaliere) e poi eremita in Toscana, dove muore nel 1157: la sua leggenda lo sovrappone a san Giorgio, anche lui in lotta con un Drago: Giorgio nel IV secolo nell’Asia minore, Guglielmo in Toscana nel XII secolo. I guglielmiti reggono l’abbazia fino al 1445. Da allora inizia un lento e inesorabile declino. Nei secoli successivi venne abitata da qualche eremita e officiata dai frati minori osservanti del convento di San Francesco in Palombara.
L’ultimo cardinale vescovo di Sabina che ordinò lavori di manutenzione fu Lorenzo Litta che, visitando l’abbazia nel 1815, la trovò in stato di semiabbandono. Fu solamente per interessamento del pittore bolognese Enea Monti che sul finire del XIX secolo l’abbazia tornò al centro dell’interesse degli studiosi e sottoposta nuovamente a restauri. Nel 1900 la chiesa venne dichiarata Monumento Nazionale. Ma questo non coincise con il definito ripristino della bellissima chiesa. Nel 1969 incomincia la fase più recente dell’Argentella quando vi si insediò la Fraternità dei Santi Nicola e Sergio, nata durante il Concilio Vaticano II con lo scopo di avvicinare la Chiesa latina con la Chiesa greca. Ma per quasi vent’anni la chiesa è rimasta chiusa e solo dal dicembre 2024 ha riaperto con la cura della diocesi e della comunità di recupero delle dipendenze sorta a Palombara.

Tra le meraviglie che non si possono perdere: il Ciborio del XII secolo, su quattro colonne di marmo di riuso, una delle quali ricavata da un’epigrafe sbozzata per renderla cilindrica. La decorazione a intreccio della ghiera si distribuisce in modo omogeneo sebbene non seguendo un rigido schema decorativo. Sulla destra, appoggiato al muro, si può ammirare il tabernacolo costituito da due colonne tortili e un timpano con tracce della decorazione pittorica.

Nella navata destra la pergola marmorea di Centurius: prende il nome dall’artista che la realizzò e che firmò il suo lavoro lungo l’architrave. Si tratta di un bell’esempio cosmatesco, datato al 1170. L’iconostasi è decorata con due icone successive (XV secolo); meravigliosi sono i pregiati marmi (il marmo bianco, il verde antico e il porfido rosso) che decorano le due lastre sotto le icone.

Un cenno lo si deve al campanile, alto circa 30 metri, costruito tra il XII e il XIII secolo, si sviluppa su quattro livelli: i primi presentano monofore, mentre gli altri due si presentano con eleganti trifore composte da colonnine di marmo e capitelli con profili molto variegati. Uno scrigno di bellezze, in un luogo incantato tra boschi e prati verdeggianti.

