Come Fossanova o Casamari, ma assai meno nota. E pochissimo segnalata.

Ci si arriva senza indicazioni di sorta, purtroppo, eppure è una delle abbazie gotico-cistercensi meglio conservate del Lazio (certamente meglio di quella di Valvisciolo a Sermoneta).

Spoglia, come nelle intenzioni di San Bernardo, che inviò da Clairvaux qui a Ferentino più di un monaco – un paio, Oberto e Gerardo, vennero ordinati vescovi da papa Eugenio III (anche lui cistercense), proprio in questa chiesa nel 1150 – per l’edificazione dell’abbazia, avviata nel 1135 e finita in pochissimi anni.

Il chiostro sorgeva dove oggi c’è il contiguo ospedale.

         

L’unica immagine all’interno della chiesa – oltre alla tela ottocentesca all’ingresso – è quella di un piccolo affresco duecentesco (quindi successivo alle indicazioni di San Bernardo), circondato da una cornice marmorea decorata da intarsi di stile cosmatesco.

L’affresco raffigura la Madonna delle Grazie con il volto di tre quarti, che regge in grembo il Bambino Gesù che con la mano sinistra stringe al petto il Vangelo.

Si nota una forte bidimensionalità e rigidità delle figure, di tendenza ancora bizantineggiante.

Luogo di culto antichissimo. Nei restauri del secolo scorso venne rinvenuta una lapide (conservata nel transetto) che testimonia l’esistenza di una “domus Ecclesia” nella casa di tale Valerio Gaio, tra il 303 e il 304 – “durante la ferocissima persecuzione (di Diocleziano) rasa al suolo, e a proprie spese in ricordo degli anni XXXIII e mesi X di vita matrimoniale, io Valerio Gaio, marito, la nuova chiesa in onore della dolcissima sposa feci” (la traduzione/integrazione dell’epigrafe – prima che il culto cristiano potesse essere pubblico.

         

La primitiva e più austera e lineare facciata fu abbellita alcuni decenni dopo, con non rilevanti aggiunte alle porte laterali e al rosone, e con un nuovo portale in marmo.

Il Comune contribuì con molte donazioni e altrettanto dicono che fece Federico II di Svevia, sempre generoso con i cistercensi (anche a Casamari).

Si dice che i due volti scolpiti nella porta di sinistra (guardando la facciata) siano quelli dell’Imperatore e della madre di lui, Costanza d’Altavilla.

Sono molto simili, d’altronde erano madre e figlio. All’imperatore è attribuito anche il dono di una originalissima acquasantiera.

  

Sulla sommità dell’arco centrale si nota invece una lastra marmorea contenente ai lati i simboli dei 4 evangelisti (Leone per San Marco, Angelo per San Matteo, Toro per San Luca, Aquila per San Giovanni) e al centro l’Agnello-Gesù.

Nella parte superiore emerge, maestoso, il rosone a 12 raggi, simbolo dei 12 Apostoli; la sua struttura è piuttosto elaborata, presenta colonnine sia lisce che tortili e la sua funzione è quella di illuminare la navata centrale.

Sulla sua sommità è presente un bassorilievo in marmo bianco che raffigura il Cristo Benedicente.

Tra il portale principale e quello laterale sinistro è presente la pietra tombale di sant’Ambrogio martire, che nulla a che vedere con l’Ambrogio di Milano.

Si tratta di un militare romano, del III-IV secolo, di cui si sa poco.

Quando nell’anno 824 furono ritrovati i resti mortali del centurione Ambrogio, che, dopo il martirio avvenuto il 16 agosto del 304 (sempre persecuzione di Diocleziano), erano stati sepolti nell’antica necropoli fuori Porta Sant’Agata, il Vescovo Pasquale, volle fossero portati trionfalmente e conservati con il dovuto onore e culto nell’allora Cattedrale di Santa Maria Maggiore.

Qui rimasero fino al 29 dicembre 1108, quando il vescovo Agostino (un altro curioso bisticcio di nomi nella storia, tra Ambrogio e Agostino) li trasferì nella nuova Cattedrale sull’Acropoli, dove ancora oggi sono conservati.

Sant’Ambrogio martire è il patrono di Ferentino.

Ne parleremo domani.