Oggi Capranica Prenestina è un pugno di case per poco più di 300 residenti.

Eppure, sul punto più alto del borgo campeggia un cupolone degno di una basilica della Capitale. E’ quella della chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena. E’ ben visibile all’orizzonte, e da lontano.

Ma la deviazione nel borgo è per pochi. La stragrande maggioranza dei passanti, dopo aver visto lo “skyline” con quel cupolone, si dirige verso il Santuario della Mentorella, che dista una decina di chilometri, e che richiama il 99% di chi fa rotta verso Capranica Prenestina.

La chiesa è documentata dal 1449, ma nella veste che vediamo è databile al 1520, completamente ricostruita per volere di Giuliano Capranica, pronipote dei due cardinali, Domenico e Angelo.

La famiglia Capranica, che dà il nome al villaggio, è ormai estinta, il territorio venne assimilato ai possedimenti dei Barberini e poi dei Colonna. Sopra la porta d’ingresso viene ancora conservato lo stemma della famiglia Capranica.

In verità solo la cupola è rimasta come segno certo dell’opera cinquecentesca. L’interno della chiesa si presenta oggi secondo la ristrutturazione della prima metà del Settecento, quando i signori del paese erano divenuti i Barberini.

Vennero chiuse le quattordici cappelle, ricordate in un documento del 1575.

Rimase inalterata la pianta quadrata con nicchie semicircolari della zona presbiterale, sulla quale s’innalza la cupola.

E’ proprio la cupola l’elemento dominante della chiesa: una costruzione rotonda, imponente, a doppia calotta, traforata da un elegante loggiato costituito da sette arcate il quale lascia un corridoio di passaggio di circa un metro.

Attribuita al disegno di Donato Bramante, che tuttavia non può essere stato il realizzatore dell’opera, essendo morto nel 1514, sei anni prima della costruzione della chiesa.

Ma certamente il gusto è il suo, o di qualche suo allievo. Un gioiello di Bramante nella campagna prenestina. Una dedicazione alla Maddalena, di cui abbiamo visto la devozione diffusa nel Medio Evo in questa zona del Lazio, da Alatri alla Valle Santa di Rieti.

Prima dell’opera cinquecentesca c’era sicuramente una chiesa precedente dove si venerava la Maddalena, come è testimoniato dal campanile, addossato all’attuale edificio, ma fuori asse, rispetto alla costruzione e databile intorno al XIII-XIV secolo.

Ma la devozione e la dedicazione a Santa Maria Maddalena viene confermata anche nei restauri del Settecento.

In occasione del Giubileo del 1750, come attesta l’iscrizione sull’arco trionfale, vennero fatte molte opere di “abbellimento”, come la ricca decorazione barocca, in stucco di Francesco Arelli detto “il Romano”; di questo periodo è la decorazione della volta della navata con l’immagine della Gloria di Santa Maria Maddalena, affrescata dai pittori Vincenzo Stringelli e Carlo Anellini.

Una Maddalena stranamente discinta, senza veli, e senza la pisside (che è nelle mani di un paio di angeli ai piedi della Santa) che rappresenta il contenitore dell’unguento che la Maddalena avrebbe portato al Sepolcro nel giorno della Resurrezione.

Tra il 1868 e il 1869 la chiesa subì un’ulteriore trasformazione con la realizzazione di un nuovo ambiente laterale, che comportò l’apertura e la demolizione di due altari sul fianco ovest della navata centrale. La nuova navata laterale, corredata di due altari e di Sacrestia, conserva un’altra inattesa opera d’arte: il leone reggi-stemma, scultura in marmo bianco, utilizzato come acquasantiera, attribuito a Michelangelo Buonarroti.