Di Sant’Agnello si sa poco, ma certamente a Guarcino (oggi più famosa per i suoi amaretti), intorno al 1100, esisteva un cenobio di monaci fedeli a lui, che secondo la tradizione visse sette anni in una grotta più o meno dove nasce il fiume Cosa, sui monti Ernici.
Del loro monastero oggi resta una traccia forte e ben restaurata nella Casa di Preghiera, affidata a due suore della Congregazione del Divino Amore.
Il passato si intreccia tra le orme di San Benedetto e le reliquie di San Luca.

Provincia di Frosinone, lungo la via che da Subiaco porta a Montecassino, ogni eremo qui ha un’origine benedettina.
Il Monastero di San Luca non fa eccezione. Per questo i monaci di Sant’Agnello – citati in un documento del 1183, firmato da papa Lucio III, che rinnovava loro un “privilegio” riconosciuto dal suo predecessore, Alessandro III – non potevano che essere affiliati all’ordine del riformatore di Norcia.
Il luogo è suggestivo. La gola del fiume Cosa è stretta, prima di arrivare a Guarcino. Bosco fitto e cascatelle danno al luogo un’immagine di favola.
Tuttavia, il marketing è arrivato anche qui: c’è la fonte di un’acqua minerale tra le più esclusive per il prezzo e per le qualità organolettiche, molto di moda qualche anno fa, Filette.
Il Monastero di San Luca è ancora più su. Ci si arriva con una strada strettissima, o con un bel sentiero breve a piedi, nelle radure del bosco, in un contesto di rocce carsiche, che si aprono in anfratti e piccole gole.
La chiesetta del Monastero (databile tra XI e XII secolo) è stata restaurata, così come l’edificio accanto, trasformato in una bella casa di ospitalità (con 30 camere), isolata e ideale per ritiri spirituali o per turisti in cerca di pace assoluta.

Ma perché l’intitolazione a San Luca? La storia si fa anche con le reliquie.
Partiamo dal 1177. Papa Alesandro III, uno dei papi di Anagni, è riuscito a piegare le brame di Federico Barbarossa (sconfitto l’anno prima a Legnano, con la battaglia del “Carroccio”) e a Ferrara sta definendo gli accordi con l’Imperatore.
E a Ferrara viene raggiunto dal vescovo di Padova, Gerardo Offreducci, che gli comunica un’incredibile scoperta, avvenuta nella Basilica benedettina di Santa Giustina.
Accanto ai resti di Giustina è stato scoperto un sarcofago con una targa che attribuisce i resti umani contenuti in essa all’evangelista Luca.
Il vescovo di Padova si è preoccupato di portare al papa un calco in cera delle decorazioni del sarcofago e della targa con l’iscrizione.
I resti di Luca sarebbero giunti da Costantinopoli (dopo una prima sepoltura a Tebe, in Beozia) al tempo dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano (IV secolo dopo Cristo), oppure più tardi, durante una persecuzione iconoclastica (VIII secolo).
Le reliquie, più o meno come i miracoli, lasciano libertà a credenti e miscredenti.
In anni recenti – le ultime ricognizioni a Padova avvennero nel 1998 e nel 2004 – i resti attribuiti a San Luca sono stati considerati credibili (carbonio 14, residui di pollini del II secolo).
All’epoca di Alessandro III le reliquie venerabili erano anche quelle “per contatto”. Quindi i calchi esibiti, provenienti da Padova, dovevano essere considerati degni di protezione e conservazione venerabile.
Guarcino faceva parte dei possedimenti di papa Alessandro III, che già “proteggeva” la comunità di Sant’Agnello (un “privilegio” è datato 1175).
E pochi anni dopo, nel documento (del 1183) a firma di papa Lucio III, successore di Alessandro, con cui si rinnova il “privilegio” tra i beni protetti si aggiunge un “oratorium beati Luce in pede montis”: un oratorio dedicato a San Luca ai piedi del monte.
Secondo alcuni storici è la prova che le reliquie “da contatto” erano state affidate da papa Alessandro III alla cura dei monaci benedettini di Sant’Agnello, che avevano costruito apposta un “oratorio” devozionale, intitolato a San Luca.

Da allora le sorti del monastero, con annesso oratorio, attraversano i secoli con insediamenti di monache benedettine (fino alla metà del XVI secolo), poi le distruzioni napoleoniche, l’acquisto da parte di privati, che non trovarono mai modo di mettere a frutto gli immobili in questa vallata sperduta.
Fu persino una cartiera, specializzata in carta-paglia. Poi abbandonata.
Fino al 1960, quando i resti del monastero e della chiesa, e della fabbrica, vennero affidati alla Congregazione del Divino Amore, che ha provveduto a un restauro prezioso e a una destinazione fruibile per chiunque cerchi pace e spiritualità.
In nome di San Benedetto, Sant’Agnello e San Luca. O alla ricerca del loro Signore.
