La grotta della “Madonna ad Rupes” a Castel Sant’Elia (Viterbo) è luogo di culto della Vergine dal VI secolo, prima della costruzione della Basilica benedettina (di cui ho parlato ieri). L’immagine che oggi campeggia nell’altare della Cappella è attribuibile al XVI secolo e probabilmente riproduce l’antica effigie oggetto di venerazione, progressivamente logorata dalle venute d’acqua sulla parete rupestre. Non esistono notizie storiche che permettano di stabilire la provenienza, l’autore e il tempo di collocazione del quadro nella grotta. Nell’iconografia mariana, la Madonna “ad Rupes” rappresenta una rarità perché appartiene al ristretto numero delle immagini nelle quali la Madonna adora il Figlio che dorme sulle ginocchia della Madre.

          

San Giovanni Paolo II visitò più volte la grotta e il Santuario e lasciò una bellissima preghiera-meditazione a Maria, che riproduco nell’immagine fotografica e che qui accenno: “…ha disseminato i suoi santuari in ogni angolo del mondo come testimonianza visibile della sua volontà di rimanere sempre accanto a ciascuno di noi…”.
Il vero Santuario coincide con la Cappella della Grotta, luogo di costante pellegrinaggio, anche nel periodo in cui l’Abbazia benedettina venne sostanzialmente abbandonata. Ai benedettini succedettero i Chierici di Santo Spirito in Sassia.

          

          

Dal 1892 il Santuario venne affidato ai Frati minori della Provincia di Santa Croce in Sassonia e grazie al loro responsabile, monsignor Bernardo Doebbing, ha assunto l’attuale configurazione, con la costruzione della Basilica dedicata a San Giuseppe (foto). Dal 1982 ai francescani subentrò una nuova Comunità religiosa, che è attualmente quella che custodisce il Santuario: i padri Micaeliti, la Congregazione di San Michele Arcangelo.

         

Un capitolo importante della storia del Santuario è costituito dalla presenza di un terziario francescano pugliese, Giuseppe Andrea Rodio (1743-1819) che si fece pellegrino (Roma, Loreto, Compostella); poi gli venne suggerito di custodire, da eremita (l’Abbazia era sostanzialmente abbandonata, il Santuario non esisteva ancora nelle forme odierne) il sito della Grotta a Sant’Elia. Nel 1782 cominciò un’impresa colossale. A colpi di piccone costruì la scala (144 gradini scavati a mano nel tufo) che oggi collega la Grotta all’Abbazia. Un lavoro che durò 14 anni, ma che consentì un nuovo e costante afflusso di pellegrini lungo quella che oggi si chiama la “Via dei Santi”.

          

Il processo di canonizzazione di frate Rodio è iniziato nel 1965. Oggi è sepolto nella cella dove aveva vissuto durante il suo eremitaggio, da lui stesso scavata per sua abitazione.