Tra turisti e pellegrini lo scorso anno ci sono stati oltre ottantamila visitatori. Uno dei santuari italiani più frequentati. La magia del luogo si aggiunge alla leggenda che lo avvolge: il Santuario della Santa Trinità di Gaeta venne edificato nel 930 dai padri benedettini sulla cima del promontorio di Monte Orlando, la penisola più avanzata nel mare Tirreno dal territorio al confine tra il Lazio (siamo ancora in provincia di Latina) e la Campania. Le rovine della villa del console romano Lucio Munazio Planco costituirono le fondamenta del cenobio benedettino a picco sul mare, ma la scelta del luogo deriva da una credenza popolare che volle la montagna spaccarsi – la montagna spaccata – proprio nel giorno della morte in Croce di Gesù.

     

Le tre spaccature sono evidenti dal mare e sono percorribili in parte da terra. Una scalinata di quasi trecento gradini scende fino al mare, nella Grotta del Turco. In parte riaperta, dovrebbe essere restituita completamente ai visitatori entro l’estate dopo un lungo e accurato restauro e una prudente messa in sicurezza.
La chiesa del Santuario ha subito varie trasformazioni, fino all’intervento dei frati Alcantarini che nel secolo scorso, ne hanno definito l’aspetto attuale, con una facciata di gusto spagnolo, arricchita da quattro statue di santi che hanno segnato la storia del santuario: San Benedetto, fondatore dell’ordine che fondò il primo eremo in questo luogo; San Filippo Neri, che qui pregava e meditava (lo si venera in una cappella dedicata, accanto a quello che viene definito il suo letto, dove si ritirava spesso a pregare); San Francesco d’Assisi, che predicò a Gaeta nel 1222; e San Pietro d’Alcantara, la cui spiritualità influenzò la comunità locale.

     

Nel XV secolo il complesso si arricchì con la costruzione della Cappella del Crocifisso, sospesa tra le rocce e costruita su un masso staccatosi dalla rupe e conficcatosi tra le due pareti a circa 40 metri dal mare. Proprio accanto alla Cappella sorge il “letto di San Filippo Neri”.

Tra le vicende più suggestive legate a questo luogo, si racconta di un episodio accaduto nel maggio 1615: una nave militare, passando davanti alla Cappella, omise il tradizionale saluto al Crocifisso, caratterizzato da tre colpi di cannone a salve. Poco dopo, un fulmine colpì l’albero maestro dell’imbarcazione, causando la morte del capitano. Il marchese di Santa Croce, impressionato dall’accaduto, salì fino al Santuario in segno di penitenza, trascinando il tronco spezzato.

Un altro episodio leggendario è quello della famosa impronta del Turco. Nella roccia (foto) si vede la presunta impronta della mano di un pirata saraceno, che incredulo per le sante origini della spaccatura della montagna, affondò le sue dita nella roccia diventata incredibilmente fluida e molle.

All’inizio del percorso, i visitatori incontrano la Via Crucis, un’opera voluta nel 1849 da Re Ferdinando II e realizzata dai frati Alcantarini. Le stazioni, dipinte su ceramica di Vietri dal maestro Raimondo Bruno, sono accompagnate da versi del Metastasio che onorano la Passione di Cristo. All’interno della chiesa del Santuario, l’altare maggiore ospita un dipinto raffigurante la Santissima Trinità (secondo la tradizione latina: con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in forma di colomba), con la Madonna e Sant’Erasmo, patrono di Gaeta.
Un secolo fa il Santuario è stato affidato ai missionari del Pime (il Pontificio Istituto Missioni Estere, fondato proprio nel 1926, per volere di papa Pio XI, che fuse l’esperienza del più antico Seminario Lombardo delle Missioni Estere, nato nel 1850, con quella del Pontificio Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere, sorto nel 1871).

L’impegno del Pime negli ultimi anni ha consentito di fare un profondo restauro dell’intero sito attorno al Santuario della Santa Trinità, recuperando edifici borbonici e la santabarbara dell’esercito napoletano.