Piombare nella storia dell’Abbazia di San Vincenzo in Volturno (ai confini tra Molise, Abruzzo e Campania), è un po’ quello che capitò a un contadino della zona, nel 1832. Stava piantando un filare di viti, quando sentì cedere il terreno sotto i suoi piedi e si ritrovò immerso in una stanza ipogea (la cripta di Epifanio, oggi visibile su prenotazione e non fotografabile: le immagini che vedrete qui sono state “arrangiate”, ma dal vero sono un’esperienza immersiva imperdibile) interamente affrescata circa mille anni prima, miracolosamente conservata, sepolta per secoli da terra, erbacce, coltivazioni.


La bellezza salva il mondo, ma solo se il mondo la riconosce. E se ne stupisce. Ci vollero altri 150 anni, e un giovane archeologo inglese, Richard Hodges, che nel 1980 rimase stordito dalla bellezza degli affreschi – unici nella storia dell’arte europea, testimonianza dell’arte figurativa in epoca carolingia – e si convinse, a ragione, che ci doveva essere ben altro attorno a quel ritrovamento. L’università di Sheffield accettò di finanziare un’operazione archeologica ambiziosa e fortunata: fino al 1996 vennero scavati circa 20mila metri quadrati di una superficie che fino ad allora era considerata campo da coltivare. Emersero tre chiese, un refettorio con cucine perfettamente conservate, un giardino a corte e una sala affrescata con figure dei profeti. E una quantità di reperti e manufatti (vetrate antesignane della stagione francese, gioielli, marmi scolpiti, ponti di legno per scavalcare il Volturno, …) che avrebbero dovuto riempire il museo, progettato, ma mai avviato dalle autorità italiane. Una buona parte è esposta a Venafro; altrettanta è stivata in magazzini. Oggi si scava ancora, con i fondi del Pnrr. Mancano all’appello almeno sei altre chiese che erano comprese nell’enorme complesso monasteriale secondo la cronaca del monaco Giovanni che nel 1130 scrisse il Chronicon Volturnense, dedicato ai fasti e alle tragedie dell’abbazia.


Fino agli scavi inglesi di quarant’anni fa, tutti credevano che l’unica abbazia fosse quella con i resti del famoso portico dei pellegrini, sull’altra riva del Volturno, dove oggi sorge la ricostruzione (datata 1965) di San Vincenzo nuovo; quella consacrata nel 1115 venne completamente distrutta da terremoti e accidenti vari. Accanto alla chiesa ricostruita da una sessantina d’anni è risorta una comunità benedettina femminile, che oggi conta otto suore.
Solo dagli anni Novanta del secolo scorso si è scoperto che il primo, enorme complesso abbaziale, fondato nel 703 da tre nobili beneventani – Paldo, Taso e Tato – desiderosi di vita ascetica, era sorto sulla sponda opposta del fiume, dove oggi ci sono gli immensi scavi avviati dagli inglesi di Sheffield.
Divenne una vera città monastica, con possedimenti in sei regioni italiane, con almeno mille monaci benedettini, forte della protezione di Carlo Magno che nel 787 la sgravò da impegni fiscali e le concesse un’autonomia assoluta. Ma il 10 ottobre dell’881 arrivarono i saraceni, attirati dalle ricchezze che tutti sapevano essere conservate nell’enorme abbazia. I monaci di Montecassino, che, come ogni anno, rendevano visita ai confratelli dell’abbazia ormai più grande dell’ordine benedettino – quella di san Vincenzo in Volturno – avevano dato l’allarme. E i monaci di San Vincenzo si prepararono alla battaglia, ma – secondo il “Chronicon” – un traditore consentì l’accesso degli arabi nel monastero. Morirono 900 monaci. I pochi superstiti ripararono a Capua. Tutto fu distrutto. Tranne la cripta di Epifanio.

Epifanio era l’abate tra l’824 e l’842. Compare in uno degli affreschi (con un nimbo quadrato, vuol dire che era vivente al tempo della raffigurazione), ai piedi del Cristo crocifisso. Nella cripta probabilmente venne sepolto Ambrogio Autperto, dignitario della corte di Pipino il breve, il padre di Carlo Magno e forse mentore dello stesso imperatore. Ma Ambrogio scelse la vita religiosa e di studioso. E fu abate di San Vincenzo. Ai suoi scritti sull’Apocalisse sono chiaramente ispirati il ciclo di affreschi che decorano l’abside della cripta, così come la sua visione della Vergine ispira il ciclo dedicato a Maria (dall’annunciazione – una freschezza di immagine e di stupore che può ricordare l’indimenticabile annunciazione di Lorenzo Lotto, settecento anni dopo- all’assunzione: la prima assunzione in cielo di Maria documentata in Occidente: l’affresco è rovinato). Secondo papa Ratzinger Ambrogio Autperto deve essere considerato “il primo grande mariologo in Occidente” e alla sua figura il Pontefice dedicò l’udienza generale del 22 aprile 2009: “La sua grande venerazione e il suo profondo amore per la Madre di Dio gli ispirano a volte delle formulazioni che in qualche modo anticipano quelle di san Bernardo e della mistica francescana, senza tuttavia deviare verso forme discutibili di sentimentalismo, perché egli non separa mai Maria dal mistero della Chiesa”.
Insomma, siamo all’incrocio di una storia millenaria, di un’arte primigenia, di una fondazione e rifondazione morale e civile a cura dei grandi monaci benedettini. E siamo ai fondamenti della teologia della Chiesa romana d’Occidente. E siamo alla testimonianza dell’amicizia fra grandi comunità monastiche: era abituale lo scambio di visite tra benedettini di Montecassino e di San Vincenzo.


In forza di questa antica forma di amicizia nel 2004 alcune comunità di Comunione e Liberazione promossero un pellegrinaggio, proprio tra Montecassino e San Vincenzo. Per questo il visitatore può leggere oggi, su una stele, posta nel 2014, accanto al portico dei pellegrini, una frase di don Luigi Giussani: “Una volta questa compagnia, o questa strada, aveva un perimetro imponente (…) la bellezza della sua architettura aveva un solo rivale la bellezza del canto e della preghiera che in quelle mura e sotto quelle volte si faceva (…) ora la nostra compagnia deve sostituire quelle mura, deve rintracciare l’eco di quei canti e di quelle preghiere, deve sapere ispirare uno sguardo che faccia percepire l’attrattiva fisica di Dio nella sua realtà dentro il mondo”.
Inutile tergiversare, questi luoghi, queste memorie, questa storia dello spirito, nello Spirito, riescono ancora a raggiungere i cuori di chi si inchina alla bellezza e all’amore: “Nella bella preghiera con cui conclude il suo commento all’Apocalisse – diceva Ratzinger a proposito di Ambrogio Autperto – sottolineando la priorità che in ogni ricerca teologica della verità spetta all’amore, egli si rivolge a Dio con queste parole: “Quando da noi sei scrutato intellettualmente, non sei scoperto come veramente sei; quando sei amato, sei raggiunto”.
