Dal colle su cui sorge San Giovanni in Venere (Fossacesia, Chieti) sembra bello anche il mare Adriatico. L’abbazia ha un impianto massiccio, romanico, con qualche importante segnale di gotico incipiente, soprattutto nel “portale della Luna”, dove si apre la facciata, anche se in qualche modo resta nascosta al primo sguardo del visitatore. La prima immagine che si scorge, arrivando dal mare, sono le tre absidi. E quel che resta di un monastero che intorno al 1200 ospitava più di 100 monaci benedettini.
L’origine del sito, intorno al VI secolo, è un cellario di frati benedettini, sorto sui resti di un tempio pagano, probabilmente intitolato a Venere. Di certo a Venere era dedicata una fonte – forse persino precedente all’insediamento romano – che fino al secolo scorso è rimasta oggetto di un culto “pagano”: l’acqua era raccomandata alle donne che volessero avere figli. Dal 1060 la fonte è contenuta all’interno del complesso abbaziale, e delle sue mura di protezione, secondo il volere dell’abate Oderisio I, che volle difendere il monastero da Normanni e Saraceni.
Nell’abbazia vissero illustri personaggi. Tra i tanti: Federico di Lorena, futuro cardinale e papa con il nome di Stefano IX, san Berardo, eletto vescovo di Teramo (e poi santo patrono della città) nel 1116; il futuro papa san Celestino V, Pietro da Morrone, qui emise la professione religiosa come oblato; qui risiedette anche l’abate Desiderio che riedificò Montecassino, eletto papa nel 1087 con il nome di Vittore III.


La facciata merita uno sguardo attento per tre elementi marmorei di gusto gotico (XII-XIII secolo): innanzitutto il monumento funebre di Oderisio II, con cinque cornici digradanti (di gusto grafico assai “contemporaneo”) all’interno delle quali è inserito una sorta di dittico marmoreo, contenente un’incisione dell’epigrafe commemorativa, in cui è attestato il nome dell’esecutore Rigerio. Elemento di massimo rilievo è il grande portale della Luna o “degli Uomini”, del 1230, che è fiancheggiato da due alti fregi scolpiti, eseguiti durante il governo di Oderisio: due grandi ante marmoree affiancate alle colonne. Al loro interno su quattro registi sovrapposti, intervallati nel mezzo da un motivo decorativo, sono narrate le storie della vita di San Giovanni Battista. E poi la lunetta che mostra il gruppo di una “Deesis” (il motivo scultoreo che rappresenta una preghiera), con il Cristo in maestà tra la Vergine e il Battista, è il principale esempio di decorazione a rilievo del portale, dopo quello di San Clemente a Casauria, si caratterizza soprattutto per l’espressività teatrale dei volti, che già acquistano un aspetto che andrà a confluire nell’arte gotica, essendo ormai privi della staticità ieratica dello stile romanico. C’è ricercatezza anche nella decorazione del panneggio delle vesti, benché non vi sia ancora piena padronanza della plasticità dei volumi.


Nella cripta vi sono alcuni affreschi databili dalla fine del XII al termine del XIII secolo e il cui restauro è stato ultimato nel 2009. Nell’affresco di destra è rappresentato Cristo benedicente in trono tra i santi Pietro e Paolo (a destra), Giovanni Battista e Giovanni evangelista (a sinistra). In quello centrale: sopra, Cristo fra i santi Giovanni Battista e Benedetto; a lato, Madonna in trono con il Bambino fra i santi Michele e Nicola di Bari. Nell’affresco di sinistra Cristo in trono fra i santi Vito e Filippo. Le colonne della cripta provengono dall’antico tempio di Venere.


Nella cripta c’è anche il monumento funerario del conte di Chieti Trasmondo II, che nel 1017 ampliò la chiesa. L’attiguo chiostro, costruito da Oderisio II, ha subito lungo i secoli vari interventi ma conserva ancora fascino e armonia.
Lasciata dai Benedettini nel secolo XVI, l’abbazia nel 1585 venne affidata ai padri Filippini (la congregazione di san Filippo Neri) che vi restarono fino al 1880, con un breve intervallo dei Gesuiti dal 1609 al 1616. Nel 1873 i beni dell’abbazia passarono allo Stato. Dal 1880 al 1954 l’abbazia, che subirà gravi danni durante la seconda guerra mondiale, vivrà nel completo abbandono. Dal 1954 l’abbazia “rinasce” per la cura dei padri Passionisti che ancora la governano (lasciandola aperta e visitabile dalle 8 del mattino alle 8 di sera).
