Questa non è una tappa come le altre. Certamente meno noto della Sindone, il “Volto Santo” custodito a Manoppello produce una emozione simile, persino più intensa. Nei quattro metri del telo-sudario conservato a Torino ci viene suggerito – con una delle reliquie più “potenti” – lo sguardo sul corpo morto del Cristo. Non è articolo di fede, ma nemmeno argomento da essere archiviato come sciocchezza dai non credenti. Comunque, un “mistero”, come disse più volte Ratzinger, per “il fatto che non se ne sia trovata una spiegazione chiara e certa, anche se molti elementi depongono a favore della sua autenticità”. Il dibattito di fatto si è acceso dal 1898, con i primi scatti fotografici, che ne hanno rivelato l’immagine assai poco visibile a occhio nudo e che da allora sgomenta. Gli esiti delle prove del carbonio-14 (che daterebbero il telo al XII secolo) sono considerate quasi unanimemente irrilevanti per un oggetto manipolato da secoli; e molti elementi presenti nel telo (spore, semi) riportano alla Terra Santa. E le macchie di sangue, sono sangue, non pittura.


Per certi versi, ancora più misterioso quel piccolo “telo” (17 per 24 centimetri) custodito nella chiesa (custodita da frati cappuccini) di un piccolo paese d’Abruzzo, vicino a Chieti.
Innanzitutto, a differenza dell’uomo della Sindone, l’uomo del Volto Santo è visibile, comunque, non ci vuole un negativo fotografico. Seconda differenza: è un uomo vivo, occhi aperti, labbra semi-aperte (si vedono i denti). Se molti hanno provato a dimostrare (non riuscendovi) che il telo di lino della Sindone sia stato magistralmente dipinto, il volto di Manoppello è certamente non dipinto: il materiale tessuto (bisso marino, un prezioso e oggi inusuale prodotto da una conchiglia, una specie di enorme cozza) è repellente a ogni tipo di pigmento.
Ma non ci sono solo differenze: c’è una assoluta sovrapponibilità dei due volti (quello della Sindone e quello di Manoppello), ci sono studi rigorosi, condotti da una suora trappista e dopo di lei confermati da molti studiosi. Come capita ai veggenti, molto prima di questi studi – iniziati negli anni Settanta del secolo scorso – Maria Valtorta, il 22 febbraio 1944 aveva annotato le parole suggeritele da una visione del Cristo: “Confrontate il volto sul velo con quello del sudario. L’uno è il volto di un vivente, l’altro quello di un morto. Ma la lunghezza, la larghezza, i caratteri fisici, la forma, tutte le caratteristiche sono identiche. Sovrapponete le immagini. Verificate come corrispondano. Sono Io”. Tutto vero, comprovato.
D’altronde nel vangelo di Giovanni si parla di due teli: “Vide le bende per terra e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in luogo a parte” (Giovanni, 20, 7-8).

Nel “Volto Santo” (il sudario posto sul capo) allora ci sarebbe il volto di Cristo risorto. Un’istantanea della Resurrezione, per dirla in modo sempliciotto, ma essenziale.
Sarebbe in sostanza la “veronica”, la “vera eikon”, la vera icona. La Veronica, come donna che raccoglie in un telo il sudore miracoloso di Gesù che sale al Calvario, è un’invenzione, rispetto ai testi evangelici. Non se ne fa mai cenno. Probabilmente è frutto di una narrazione che doveva in qualche modo spiegare l’inspiegabile: già, perché questo “Volto Santo” per secoli venne esposto pubblicamente ai fedeli, a Roma, almeno dal 1205, per l’iniziativa di Innocenzo III che decretò che l’immagine del volto di Cristo venisse portata in processione dalla Basilica di San Pietro (quella costantiniana) fino all’ospedale di Santo Spirito in Sassia, ogni seconda domenica di gennaio, dopo l’Epifania. E poi col tempo veniva esposta in occasione dell’Anno Santo. L’ultima ostensione sarebbe stata fatta nell’Anno Santo 1600.


Probabilmente l’immagine giunse a Roma qualche secolo prima per sottrarla alla furia iconoclasta scoppiata a Bisanzio dall’VIII secolo in poi. Nel frattempo, a Roma, molti cominciarono a ispirarsi al volto di Cristo rappresentato nel Volto Santo: se ne fecero molte copie, dipinte, su tela. In alcuni casi con intento artistico (somigliantissime al Volto Santo le immagini del Cristo da Pietro Cavallini a Giovanni Bellini – nelle due foto – da Memling a Durer) in molti altri casi semplici riproduzioni, multipli a uso privato. Al punto che nel 1628 Urbano VIII con un editto intimò la consegna a San Pietro di tutte le copie del Volto Santo, che nel frattempo parve scomparso dalla Basilica, almeno dal 1608. Infatti, non fu mai più esposto.
E qui inizia la storia di Manoppello. Un documento redatto agli inizia del 1600 vuole che uno sconosciuto viandante (forse un angelo, l’Arcangelo Michele?) consegnasse un misterioso pacchetto a un commerciante di Manoppello. C’era il “Volto Santo”. C’è un dibattito dotto sulle datazioni dell’arrivo della reliquia, ma nulla che riesca a smentire che proprio questo “Volto Santo” sia la Veronica scomparsa a Roma. Qualche anni fa, don Antonio Tedesco, il parroco dei pellegrini di Roma, addetto ai visitatori di lingua tedesca, disse: “Nel cuore della devozione popolare il Signore si è rifugiato come in un tabernacolo. La gente, laggiù in Abruzzo, non si fa tutti i problemi che assillano gli scienziati di qui. Come nel Vangelo, il Signore s’è reso invisibile in un certo momento della storia della Chiesa”, per farsi visibile agli umili e agli ultimi. Se fossimo nella Marsica, che è qui vicina a Manoppello, diremmo che si è fatto custodire dai cafoni.
Padre Pfeiffer, uno dei più autorevoli studiosi della Sindone e del Volto Santo, disse a un giornalista tedesco (autore di un bellissimo volume – Paul Badde, “La prima Sindone”): “Betlemme significa casa del pane in ebraico. “Un pugno di spighe” è il significato dell’antica parola latina manipulus. Non le sembra curioso? L’insignificante località di Manoppello non è dunque diventata una sorta di Betlemme, dove veniva al mondo il pane del mondo?”.
La visita al Santuario del Volto Santo merita tra le tante suggestioni anche quella riferita da due monaci cappuccini: il 22 settembre 1968, verso sera, giurano di aver visto tra i banchi della chiesa, davanti al Volto Santo, anche padre Pio (San Pio, dal 2002), che disse loro di salutare il suo amico padre Domenico (anche di padre Domenico da Cese si raccontano episodi di bilocazione). Padre Pio morì all’alba del 23 settembre, ovviamente a san Giovanni Rotondo. Un episodio di bilocazione, uno dei tanti testimoniati, durante la vita del santo cappuccino.
