La facciata del Duomo di Larino è uno di quegli “incontri” destinati a stupire, in sé (bellissima) e in relazione al borgo in cui si trova. Larino, chi era costui? Potremmo dire se fosse un “chi”. Provincia di Campobasso, pochi chilometri dal mare di Termoli, in realtà dobbiamo dire subito che Larino ospitò il primo seminario costituito (il 26 gennaio 1564) dopo meno di due mesi dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-1563) che stabiliva la creazione, in ogni diocesi, di una struttura per la formazione dei futuri presbiteri. “I più piccoli arrivano prima”, ebbe a dire san Giovanni XXIII, commentando il primato della diocesi di Larino.
Già, perché Larino era da tempo immemore (intorno al VII secolo) sede diocesana, dotata di una Cattedrale gotica (l’interno un po’ barocco) del XIII secolo, dedicata alla Vergine Assunta e a San Pardo, patrono “rubato” ai pugliesi, a cui si dedica da quasi due secoli una festa colossale a fine maggio.

Alexandre Dumas (padre, 1802-1870) nel suo romanzo “La Sanfelice” (1865, vent’anni dopo “il Conte di Montecristo”), si interessa della particolare manifestazione che si svolge in onore del patrono: “In quel giorno (ha) luogo una grande processione; i contadini ornano i loro carri di ghirlande e di fiori, di drappi e banderuole di tutti i colori; essi vi attaccano dei buoi dalle corna dorate e li bardano con nastri variopinti. Questi carri seguono la processione che porta in giro per la città il busto del Santo protettore, accompagnato da tutta la popolazione di Larino e dei villaggi vicini, che canta inni di lode al Santo”.
In verità i primi patroni di Larino furono i tre martiri Primiano, Firmiano e Casto (uccisi intorno al 305): la loro fama di santi ricchi di grazie indusse gli abitanti di Lesina (nella vicina Puglia) a impossessarsi delle loro reliquie. I larinesi, allora, per vendetta, presero le spoglie del martire vescovo dauno, Pardo. Insomma, una ricerca di protezione a tutti i costi.

Nella facciata, dopo la poesia delle colonnine tortili che culminano nel portale a sesto acuto, si impone il rosone, che si offre in modo inusuale con 13 raggi. Potrebbero rappresentare Gesù con i dodici apostoli, ma potrebbero rifarsi al significato alchemico del numero 13. A questo numero è associato il significato della fine di un ciclo, tredici sono i mesi lunari in un anno e tredici sono i segni nell’astrologia celtica. Non dimentichiamo che era un 13, il venerdì di ottobre del 1307, in cui furono arrestati e giustiziati in massa i Cavalieri Templari, osteggiati dal Re Filippo il Bello (fatto che è all’origine della paura del numero 13).

         

Nella lunetta centrale della facciata un bassorilievo teatrale: il Cristo crocifisso al centro, tra Giovanni e la Madonna. Sopra a Gesù un angelo si sporge, dall’alto verso il basso (dal cielo alla terra) per incoronare il Re dell’Universo, sostituendo con una corona regale quella di spine. C’è chi ci legge anche il segno celtico (certamente qui lavorarono maestranze del nord Europa, come a San Clemente Casauria o Santa Maria in valle Proclaneta) di Algiz, la runa dello slancio tra il mondo dei vivi e quello degli Dei, si tratta di una runa potente energeticamente e spiritualmente, che simboleggia la consapevolezza dell’ordine cosmico.

          

L’interno è la parte meno intensa. Riformulato in età barocca, mantiene le tre navate e poche tracce degli affreschi che un tempo ricoprivano tutte le pareti. Restano quelli databili al XIV secolo, rappresentanti Sant’Orsola e le compagne, San Michele Arcangelo e San Benedetto.