Sono almeno un centinaio gli eremi in terra d’Abruzzo, almeno quelli noti. Una vera Tebaide, come la rinominò un abruzzese doc (prima altissimo dirigente del vecchio Pci, poi critico feroce del comunismo e cattolico tormentato) come Ignazio Silone: la Natura gioca un ruolo determinante nei suggerimenti per il discernimento personale. Il più famoso tra gli eremiti d’Abruzzo (anche se nacque nell’attuale Molise) fu certamente Pietro Angelerio (1210-1296), “da Morrone”, per indicare uno dei luoghi preferiti per i suoi ritiri dal mondo. Dal monte Morrone alla Maiella il passo è breve, e proprio alle pendici della Maiella sorge forse il più noto tra gli eremi del futuro papa Celestino V (dal 29 agosto, ricorrenza non casuale, e vedremo il perché, al 13 dicembre 1294): l’eremo di Santo Spirito a Maiella.

Pietro da Morrone arriva all’eremo che si chiamerà Santo Spirito a Maiella, nel 1246, dopo una visione avvenuta nella notte del 29 agosto (riecco la data): poco prima del sorgere del sole vide San Giovanni Evangelista che celebrava messa sulla piana antistante l’eremo ai piedi della Maiella dove Pietro si era ritirato in preghiera. L’Evangelista era al cospetto di Cristo, della Vergine e di San Giovanni Battista, e una colomba bianca lasciò cadere un cartiglio in cui era scritto “in questo luogo edificherai la Chiesa in onore dello Spirito Santo”. La visione folgorò Pietro da Morrone. E fu così che il 29 agosto, giorno della Decollazione del Battista, egli iniziò la costruzione di una chiesa sui resti di un più antico romitorio nato attorno al X secolo e nel quale leggenda vuole abbia vissuto nel 1053 il grande abate di Montecassino Desiderio (futuro papa Vittore III).
Solo nel 1264 papa Urbano IV riconosce la confraternita fondata da Pietro – chiamata, proprio per la visione del 29 agosto 1246, “fratelli dello Spirito Santo” – e l’annette come ordine minore dei Benedettini. E l’eremo diventa la prima “casa madre” dei fratelli di Pietro, quelli che si chiameranno “celestini”, dopo la sua elezione al soglio pontificio.

Dalla seconda metà del XIV secolo, un progressivo declino dell’eremo, determinò un lungo periodo di abbandono, per assistere alla rinascita, bisognerà attendere l’abate Pietro Santucci da Manfredonia che nel 1586 ottenne da Papa Sisto V, il consenso alla riedificazione di Santo Spirito. La chiesa di oggi risale a quel periodo. Tutto il resto del complesso scavato nella roccia è frutto dei lavori delle origini e delle successive e continue migliorie.



La visita al complesso monastico è suggestiva. Si passa in ambienti diversi – la foresteria antica, dove oggi è sepolto proprio l’abate Pietro Santucci, fino alla foresteria nuova, costruita per volontà del principe Marino Caracciolo, che ospita ancora pellegrini in cerca di solitudine eremitica, per qualche giorno – fino alla scala santa e alla cappella della Maddalena.


Un altro camminamento scavato nella roccia porta a quel che resta del campanile cinquecentesco. Lungo il percorso si alternano luoghi di memoria e di preghiera, come quello dedicato a sant’Antonio, prima della salita alla Maddalena.

Una Bolla Pontificia di Benedetto XIV del 1742 estese a Santo Spirito i medesimi privilegi spirituali di Loreto, Montecassino e Subiaco, “Il Perdono”. Le soppressioni Napoleoniche del 1807 decretarono un nuovo stato di abbandono aggravato da un incendio nel 1820, che porterà la perdita della seconda navata della chiesa, presente a sinistra. Bisognerà attendere il 1893 quando Domenico Bonfitto di San Marco in Lamis restaurò la chiesa, secondo l’immagine cinquecentesca, conferendole l’assetto attuale ad aula unica, e ripristinò la pratica del “Perdono” ancora oggi vigente.
