Ritorniamo da papa Celestino. Entrando nel cortile dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone (cinque chilometri da Sulmona) si comprende che l’immagine scolastica – almeno quella che ricordo io – di Pietro da Morrone come semplice eremita, quasi anacoreta, è in parte distorta. L’edificio, oggi polo museale ben restaurato (per anni è stato anche carcere di massima sicurezza), nel 1293 era la sede della Congregazione dei fratelli dello Spirito Santo, detti poi, alla morte del fondatore, i “Celestini”. Una sede importante, quasi di rappresentanza: ed era l’anno prima della elezione al soglio pontificio di Pietro Angelerio. Lui, come accade spesso ai mistici “rifondatori”, da anni viveva sospeso in un pendolo che lo portava periodicamente a isolarsi in qualche eremo (quando l’Abbazia divenne sede della Congregazione, scelse l’eremo di Sant’Onofrio, a un paio di chilometri di distanza, arroccato e isolato sul monte Morrone) per poi rituffarsi nella cura dei suoi confratelli.

          

L’ordine dei Celestini arrivò a contare 96 monasteri in Italia e 21 in Francia. La prima comunità dei fratelli dello Spirito Santo viene documentata già nel 1259 (e nell’affresco della cripta dell’Abbazia del Morrone è raffigurato Pietro da Morrone che consegna la regola ai suoi fratelli) e nel 1263 papa Urbano IV ne riconosce la costituzione, aggregandola all’Ordine benedettino. Le pause eremitiche di Pietro da Morrone non gli impediscono di intraprendere (a più di sessant’anni di età) un cammino a piedi fino a Lione, dove giunse nel 1274 per scongiurare la soppressione minacciata dal II Concilio Lionese, indetto da Gregorio X; la congregazione ottenne nuova approvazione che determinò inoltre, l’elezione di Pietro a Priore di Santo Spirito.

Di ritorno da Lione, nel 1275, la tradizione vuole che Pietro da Morrone ebbe una seconda visione – dopo quella fondativa dell’ordine dedicato allo Spirito Santo – questa volta gli apparve la Madonna che gli chiese di costruire una chiesa sul luogo dell’apparizione. Era presso l’Aquila sul Collemaggio, dove vent’anni dopo, alla sua elezione al soglio pontificio, venne indetta la prima Perdonanza celestiniana (la forma antesignana dell’Anno Santo, così come quella proclamata da san Francesco di Assisi, ma in questo caso promossa con l’autorità di un pontefice, appena eletto).
Il 22 marzo 1275, papa Gregorio X aveva rilasciato alla comunità un privilegio che sancì il passaggio di quello che ormai era definito l’Ordo Sancti Spiritus de Maiella da realtà eremitica a ordine monastico costituente, all’interno del composito ordine benedettino.

          

          

I monasteri dipendenti da santo Spirito a Maiella si diffusero rapidamente in Abruzzo, Molise, Puglia e Lazio: a Roma i cosiddetti “majellesi” non ancora celestiniani, ottennero anche i monasteri romani di San Pietro in Montorio e Sant’Eusebio all’Esquilino. E la sede dell’abbazia di Santo Spirito al Morrone diventerà sempre più “importante”: un refettorio monumentale e scaloni di rappresentanza.
Insomma, Pietro da Morrone non aveva solo la fama di “santo” ed eremita per il popolo, ma aveva un ruolo sempre più forte nella Chiesa romana, al punto che, durante il lungo conclave – in realtà ancora i cardinali non si “chiudevano” – tra Roma e Perugia, dopo due anni di attesa fu proprio Pietro da Morrone a scrivere una lettera al cardinale decano del sacro collegio, Latino Malabranca Orsini, in cui predisse per la Chiesa “gravi castighi” se non si fosse provveduto a scegliere subito il nuovo pontefice. Il cardinale Malabranca Orsini riferì la lettera ai cardinali elettori e propose proprio Pietro da Morrone come candidato papa. La sua richiesta fu accolta e Pietro venne eletto all’unanimità il 5 luglio 1294. La decisione gli fu comunicata il 18 luglio, all’eremo di Sant’Onofrio, a poca distanza di quella che era diventata la casa madre della congregazione dei futuri celestini, appunto l’abbazia di Santo Spirito al Morrone.

Poi è andata come si sa. Il 13 dicembre 1294 le dimissioni, per troppo tempo ritenute oggetto di condanna da parte di Dante, che invece si riferiva a Ponzio Pilato per il “gran rifiuto” (Giovanni Pascoli, dantista di vaglia, non aveva alcun dubbio in proposito; Boccaccio aveva pensato anche a Esaù), consumato “per viltade”. Insomma, andando per eremi abruzzesi e per memorie celestiniane sarebbe utile fare un po’ di correzioni sul mainstream, sia per la figura di Pietro da Morrone (un san Francesco molto più istituzionalizzato di quanto non fosse il Serafico), sia per la sua vicenda papale. La sua esistenza terrena si concluse nel castello di Fumone il 19 maggio 1296 (nella foto la “cella” di Fumone, con la targa di san Paolo VI sotto l’immagine di Celestino V).