Sarà una suggestione, ma voglio condividerla. L’Ecce homo di Antonello da Messina (la prima di una lunga serie di variazioni sul soggetto: se ne conoscono almeno sei del maestro siciliano) in mostra al Meeting di Rimini sembra una evidente citazione dell’immagine del Volto Santo, dal 1638 custodito a Manoppello (Chieti), e prima – come vorrebbe una tesi assai credibile – esposto per secoli a Roma, nella Basilica costantiniana di San Pietro, almeno dal 1205-1208 (per iniziativa di papa Innocenzo III) fino all’anno 1600, quando non era ancora stato concluso l’immenso cantiere da cui sorse l’attuale Basilica in Vaticano.
Fu proprio l’immagine della “vera eikon”, la “veronica” custodita a Roma per decenni (e poi da Roma scomparsa per riapparire a Manoppello) ad aver ispirato per secoli i pittori che per primi vollero cimentarsi con il “Volto dei Volti”.
La prima delle sei versioni dell’Ecce homo di Antonello (quella esposta al Meeting di Rimini e indirizzata al Museo nazionale dell’Aquila) è datata intorno al 1460. Certamente Antonello fu a Napoli intorno al 1450 e fece ritorno a Messina proprio nel 1460. In quei dieci anni andò a Roma a vedere la “veronica”?

          

Non lo so e non voglio improvvisare conoscenze storico-artistiche, resta la somiglianza non banale del Volto Santo di Manoppello con l’Ecce homo di Antonello: il naso tumefatto, gli occhi sgomenti, la bocca socchiusa, la barba rada. La sua destinazione al Museo dell’Aquila, dopo l’acquisto nella scorsa primavera da parte dello Stato italiano (da Sotheby’s per quasi 15 milioni di dollari) lo porterà curiosamente a pochi chilometri da Manoppello.

          

Anche la dimensione della tavola (19 per 14 centimetri) suggerisce un confronto con il Volto Santo (17 per 24 centimetri). In realtà il volto dell’Ecce homo è ulteriormente miniaturizzato (è più piccolo del Volto Santo, si sente anche il gusto fiammingo di Antonello, così come dei suoi colori a olio). Un’altra suggestione? La tavola dell’Ecce homo è dipinta da entrambe le parti: da un lato il Volto di Cristo, dall’altra una miniatura di San Gerolamo nel deserto (probabilmente un’opera devozionale, visto che il volto di Gerolamo è assai usurato, come se – secondo Federico Zeri – qualcuno l’avesse baciata e toccata molte, troppe volte). Anche il Volto Santo di Manoppello mostra due immagini sui due lati del telo di bisso marino, ma si tratta dello stesso volto. Insomma, solo una suggestione in più, ma resta l’emozione di una somiglianza che si aggiunge a quella di Pietro Cavallini, di Hans Memling, di Giovanni Bellini…
O almeno così pare a me.