
Erano gli anni in cui Leonardo aveva appena lasciato Milano (1499). Alla corte di Ludovico il Moro si era candidato, trentenne, per le sue qualità di ingegnere e progettista di nuove armi, ma aveva presto manifestato la sua arte (dalla Vergine delle Rocce al Cenacolo), segnando lo stile di alcuni dei più apprezzati pittori lombardi e milanesi. Tra questi Bernardino Luini: il pittore varesotto, con tre dei suoi quattro figli, ha lasciato una traccia indelebile nella chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, la “Cappella Sistina” della Lombardia.
La citammo quando lo stupore ci prese nella cripta di San Magno ad Anagni (la “Cappella Sistina del Medioevo”, sempre per rifarci al campione dell’incanto da affresco immersivo). Era una memoria ambrosiana di molti anni fa, quando, dopo un lungo restauro – la chiesa di San Maurizio rimase chiusa e inaccessibile fino agli anni Ottanta del secolo scorso – venne restituita a milanesi e turisti.
La chiesa è stata da sempre annessa al primo e al più grande monastero benedettino a Milano. Documentato fin dall’epoca carolingia. Infatti, le fondamenta della chiesa che oggi si ammira hanno radici paleocristiane. L’edificio che oggi possiamo frequentare è stato costruito tra il 1503 e il 1509, sulle adiacenze di alcuni palazzi dell’epoca imperiale, quando Milano fu capitale dell’Impero romano, risalenti quindi al IV e V secolo.
I cicli di affreschi che coprono interamente le pareti di entrambe le parti della chiesa – quella per i fedeli, nell’accesso da corso Magenta, e quella riservata alle monache – datano fino alla fine del Cinquecento. Bernardino Luini è l’autore certo di quelli del tramezzo, la parete che divide le due parti della chiesa. Morì nel 1532; il resto venne compiuto dai figli Evangelista, Giovan Pietro e Aurelio e dalle loro botteghe.


La pala di Antonio Campi (questa non è affresco) al centro del tramezzo – con l’adorazione dei Magi – venne utilizzata a fine Cinquecento per adornare il muro costruito al posto della grata di comunicazione tra monache e fedeli, ridotta alle dimensioni attuali per volere di Carlo Borromeo, per confermare con più rigore la clausura delle monache. Le attuali aperture tra le due parti della chiesa vennero realizzate nell’Ottocento, dopo la soppressione del monastero: prima di allora i due ambienti comunicavano solo attraverso la grata e attraverso lo spazio per impartire l’Eucaristia alle monache (foto).
Sulle pareti accanto alla pala dei Magi, Bernardino Luini dipinse tutta la parete a fresco, con l’immagine dei due committenti Alessandro Bentivoglio (ritratto a sinistra della pala) e la moglie Ippolita Sforza (a destra) contornati da santi e sante. Quattro delle loro figlie furono destinate al convento di san Maurizio, e Alessandra ne fu per sei volte badessa. E in alto il trionfo della Vergine, a cui la chiesa era dedicata nell’alto Medioevo.
Il convento fu soppresso per decreto nel 1798. Fu successivamente adibito a caserma, scuola femminile, ospedale militare nel corso dell’Ottocento, quando fu abbattuto il chiostro maggiore e gli edifici connessi per l’apertura delle vie Luini e Ansperto. A seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale fu abbattuto anche il secondo chiostro, e il complesso fu adibito a sede del Museo Archeologico di Milano.

La terza cappella a destra fu la prima delle cappelle laterali a essere decorata, nel 1530, e costituisce l’ultima impresa di Bernardino, all’interno della chiesa. Fu commissionata dal notaio Francesco Besozzi, zio di Ippolita Sforza, che intendeva esservi sepolto e che si fece ritrarre nella scena principale sulla parete di fondo: una rappresentazione del Cristo alla colonna, dove un’imponente colonna richiama l’attenzione dello spettatore.

L’aula destinata alle monache di clausura fu la prima ad essere affrescata, a partire dal secondo decennio del Cinquecento. L’affresco più antico è probabilmente quello che riveste la volta dell’arco del pontile addossato alla parete divisoria della chiesa, sopra il quale si radunavano le monache coriste. La volta è decorata con un fondo blu notte, punteggiato da stelle dorate, sul quale sono raffigurati i quattro evangelisti, angeli musicanti, e al centro un medaglione con il Padre Eterno benedicente. L’opera, di gusto ancora tardo quattrocentesco, è attribuita alla bottega di Vincenzo Foppa.

