L’arcangelo Michele è stato da sempre il “patrono” dei Longobardi. E’ appena il caso di rammentare che i Longobardi non sono solo quelli di Pavia, ma anche quelli dei ducati di Spoleto e Benevento. Comprensibile, dunque che nel Centro-Sud della nostra Italia si susseguano chiese, oratori e monasteri dedicati all’arcangelo che ha nel suo motto “Quis ut Deus?” che in ebraico produce il suo nome: “Mi-ka-El” (chi è come Dio?).
A partire dall’apparizione dell’8 maggio 490, nella Grotta sul Gargano, l’arcangelo Michele accompagna la storia dei Longobardi (e poi dell’Europa intera, dall’Irlanda, alla Francia all’Italia del Nord e del Sud): sempre l’8 maggio – ma del 663 – riappare durante la battaglia di Siponto, assicurando la vittoria ai Longobardi, contro i Saraceni. Nel piccolo borgo di Sant’Angelo in Grotte (Isernia) la festa patronale di San Michele Arcangelo è proprio l’8 maggio, non il 29 settembre (giorno che nella liturgia cattolica è dedicato alla festa dei tre Arcangeli, Michele, Gabriele e Raffaele). Una leggenda – anzi due – lega il borgo al principe delle milizie celesti.


Innanzitutto, l’insediamento molisano nasce attorno alla chiesa rupestre – che oggi ha assunto una forma più articolata (un campanile, una scalinata con i nomi di coloro che hanno lavorato alla nuova edificazione, un portale in bronzo con tre immagini dell’Arcangelo – dedicata all’Arcangelo. Una fonte d’acqua “miracolosa” è ancora all’ingresso della grotta dove è stata costruita la chiesa medievale che oggi vediamo; ma il culto per l’Arcangelo precede l’attuale chiesa e nasce nella grotta, che secondo la leggenda si collegherebbe direttamente – per cunicoli misteriosi – alla più nota Grotta del Gargano (provincia di Foggia), dove si celebra l’apparizione dell’arcangelo a san Lorenzo Maiorano, nel 490. Di certo per anni veniva compiuto un pellegrinaggio da Sant’Angelo in Grotte alla Grotta di San Michele sul Gargano: poco meno di 200 chilometri di meditazione, fatica e preghiera.
La seconda leggenda, che parte sempre dalla grotta del piccolo borgo molisano, riguarda invece il luogo di partenza del “volo” dell’Arcangelo, verso il Gargano: la spelonca che si apre nella chiesetta rupestre, lungi dall’essere documentata fino alla Puglia, si snoda fino a Macchiagodena, un paesino dove si venera l’impronta del piede dell’Arcangelo, luogo della spinta prima di spiccare il volo celeste.



Leggende a parte la pervasività della presenza dell’Arcangelo, in questi territori, è quasi sconcertante. Anche il nome dei signori del territorio riporta a lui, si chiamavano Santangeli e hanno lasciato un piccolo gioiello d’arte nella cripta sotto la parrocchiale di San Pietro in vinculis (a trecento metri, tutti in salita, dalla chiesa di San Michele alle grotte): un ciclo di affreschi che rappresentano le sette opere di misericordia corporale e una stilizzata città (Betlemme o Gerusalemme) che ricorda un borgo toscano medievale. Infatti la scuola dei pittori è certamente senese (XIV secolo), c’è chi ha azzardato un collegamento con la scuola di Simone Martini.

Ma anche nella parrocchiale di san Pietro riemerge l’Arcangelo, con a locandina che annuncia il grande raduno del 29 agosto sul Gargano, la “giornata nazionale della sacra spada dell’Arcangelo” (la sacra spada non è solo l’arma che San Michele sguaina contro il diavolo, o che ripone dopo la peste di Roma, su Castel Sant’Angelo, è anche quella linea retta che collega i sette grandi santuari dedicati a lui in Europa, fino al Monte Carmelo, in Terra Santa).
A questo punto è il caso di rammentare la preghiera voluta da Leone XIII

