Rischiava l’abbandono perenne. Solo la caparbietà di Pier Luigi Calore, pittore abruzzese, indicato come l’uomo dell’abbazia (amico di Gabriele D’Annunzio, che sposò la causa con il suo solito vigore) ha permesso di recuperare – dallo stato di abbandono in cui la trovò, nell’estate del 1884 – una delle più alte testimonianze di arte (l’ambone, il portacero pasquale, il frontone di ingresso, i battenti del portone in bronzo sono opere mozzafiato) e di storia del territorio e dell’equilibrio tra Papato e Impero negli anni appena successivi a Carlo Magno.
L’abbazia di San Clemente a Casauria è un gioiello che racconta tanto degli anni carolingi, in un territorio, quello abruzzese, che finirà per essere marginalizzato, dopo essere stato per secoli al centro della storia dell’Italia – come si stava creando – e dell’Europa intera.
La scoperta dei resti abbandonati di San Clemente a Casauria, l’abbazia eretta dai monaci benedettini nell’anno 871 per volere dell’imperatore Ludovico II (pronipote di Carlo Magno e figlio di Lotario), divenne la ragione di vita di Calore. Per fortuna. Grazie alla sua caparbietà – e all’amico D’Annunzio – il complesso monastico, dopo molteplici vicende temporali, artistiche e spirituali, era stato ceduto all’incuria e ai rovi, trasformandosi per lo più in un rifugio diroccato di greggi e pastori e in un viluppo di arbusti selvatici.


L’essenziale della storia dell’abbazia è scolpita sul frontone di ingresso, databile intorno all’anno 1170, quando il complesso monastico era sotto la cura dell’abate Leonate: una rifondazione, dopo quella benedettina di tre secoli prima, che diventa la narrazione ri-fondativa del monastero e dell’abbazia. Dedicata in origine alla santissima Trinità, la nuova abbazia di Leonate – che gareggia per potenza e ricchezza con quella di Montecassino, retta da Desiderio (futuro papa Vittore III) – vuole riscrivere la sua storia e affondarla nei primissimi testimoni del cristianesimo. E viene dedicata a san Clemente. Dopo Pietro (e Paolo che cita un Clemente tra i suoi collaboratori nella lettera ai Filippesi), solo Clemente (quarto papa secondo il computo tradizionale, ma secondo qualcuno addirittura primo successore di Pietro) è testimone non apostolico della chiesa delle origini. Di Clemente, probabilmente già papa, è una lettera ai Corinti, nel primo secolo dopo Cristo, tra le prime opere della letteratura cristiana extra-biblica.
Martirizzato nelle acque del Mar Nero – per volontà dell’imperatore Traiano – la memoria di Clemente torna a smuovere le prime comunità cristiane. Per riaffondare le origini della fede in testimoni forti e credibili, ci si aggrappa ai segni della loro santità. Nel caso di Clemente, sono Cirillo e Metodio a trovare le sue reliquie sulle sponde del Mar Nero e a trasferirle a Roma, dove la memoria di Clemente si era un po’ sbiadita.

Le spoglie di san Clemente sarebbero state trasferite a Roma – provenienti dall’Ucraina (il cranio di san Clemente è ancora conservato nella cattedrale di Kiev) – e di qui all’abbazia abruzzese, dove la tradizione le vuole ancora custodite nel prezioso reliquiario esposto nel transetto della chiesa. Secondo altri, i resti di Clemente sarebbero invece stati restituiti – quasi tutti a Roma, nella chiesa di San Clemente (vicino al Colosseo), tranne il cranio, rimasto a Kiev.
Secondo il racconto voluto da Leonate, l’imperatore Ludovico II avrebbe fatto voto di edificare il Cenobio in cambio della vittoria sui Saraceni, a Bari, e sui potenti armigeri di Adelchi, principe di Benevento. Conseguita la vittoria, l’impegno fu sciolto sulla strada di ritorno, nella piana casauriense, alla vista dell’isoletta di circa quaranta ettari formata dalla biforcazione delle acque della Pescara e di un piccolo affluente, Arollo, prosciugato poi da un terremoto. Qui il Papa Adriano II, che condivise la scelta, fece portare in dono le ossa di San Clemente, sicché l’Abbazia fu chiamata col nome del Santo e non più con la dedicazione alla Trinità.


Storia religiosa e storia civile (sul portale di ingresso della chiesa abbaziale non ci sono scolpiti dei santi, ma i quattro re d’Italia di stirpe carolingia: Ugo, Lotario, Lamberto e Berengario); prodigio di arte: oltre al frontone scolpito intorno al 1170, i battenti del portale di ingresso (datati 1190) raccontano la grandezza dell’abbazia (ogni castello è un possedimento), e poi all’interno il portacero pasquale (con tracce delle tarsie marmoree di gusto cosmatesco) e il mirabile ambone: tra l’architrave e i plutei c’è scritto il nome di un certo frate Giacomo, da identificarsi con il realizzatore o il committente. Probabilmente tra gli esecutori – per la maestria dello scalpello – c’è qualcuno della scuola dei maestri Nicodemo, Roberto e Ruggero, che realizzarono opere per le principali abbazie e basiliche dell’Abruzzo, come la bellissima Santa Maria in Valle Porclaneta.

La cripta è accessibile dal presbiterio, ed è la parte più antica del cenobio, usata per la custodia dei santi e degli abati. Ambiente a pianta centrale, scandito da nove navatelle longitudinali, per due trasversali, con le campate che hanno volta a crociera. Per la sua costruzione fu utilizzato materiale di spoglio proveniente da edifici romani situati nei dintorni, compresa una pietra miliare con i nomi degli imperatori Valentiniano I, Valente e Graziano, quindi databile al quarto secolo dopo Cristo.

